Donne e lavoro: la situazione in Italia

Parlare di donne e lavoro può essere rischioso quando non si pesano attentamente le parole utilizzate. Basta una considerazione di troppo a scatenare un vero putiferio soprattutto da parte di chi ritiene che il confronto con l’occupazione maschile sia eccessivamente di parte. Noi partiremo da un presupposto inconfutabile, ovvero quello per cui il mondo del lavoro è ancora troppo caratterizzato da una concezione patriarcale e familista

She-cession: il mercato del lavoro sta lasciando indietro le donne

Come dimostrano i dati che confuteremo a breve, l’occupazione femminile risente degli impegni di casa e del gap salariale che estromettono le donne dalle posizioni di rilievo e comando. Oltre ai dati numerici e quantitativi ci sono evidenti prove visive di questa situazione. Basta guardare la composizione di Consigli di Amministrazione o un qualsiasi organigramma aziendale dove figurano, nella maggior parte dei casi, più uomini che donne. Ecco una panoramica su donne e lavoro in Italia e sui dati occupazionali presi dalle più autorevoli fonti di settore. 

Donne e lavoro in Italia: una flessione aggravata dalla pandemia

Da una recente inchiesta pubblicata dal Sole 24 Ore sembra proprio che l’Italia stia lasciando indietro le donne. A tal proposito, si è coniato il termine “she-cession” per spiegare efficacemente il fenomeno. Il divario salariale crescente, l’aumento dei lavori di cura non retribuiti, l’assenza di welfare e i posti di lavoro persi… Questi sono solo alcuni dei fattori che contribuiscono ad allontanare le donne dal lavoro ed aumentarne il tasso di disoccupazione

La pandemia ha contribuito a peggiorare la condizione delle donne nel mondo del lavoro. L’Istat ha rilevato quasi quarantamila neo-mamme dimesse dalla loro occupazione solo nel 2019. Per 37 mila e 611 donne l’unica soluzione possibile per far quadrare gli impegni domestici è stata quella di lasciare il lavoro. Sempre secondo l’Istat, solo 21 richieste di part time su 100 sono accolte da parte di lavoratori con figli piccoli che hanno bisogno di maggior flessibilità. 

L’indagine di WeWorld che fa riflettere

La pandemia ha accelerato questa condizione. L’indagine di WeWorld condotta nel maggio 2021 ha rilevato che 1 donna su 2 ha rinunciato ad un progetto lavorativo per via del Covid. Mentre 31 donne su 100 ha posticipato a tempi migliori la ricerca di un impiego. 

Quanto alla disparità occupazionale rispetto agli uomini è emerso che questa sia causata soprattutto dalla genitorialità. Le donne occupate, coniugate e con figli sono circa il 53,5% della popolazione in forza da lavoro rispetto all’83,5% degli uomini con medesime condizioni. Se guardiamo i single, invece, gli uomini con un lavoro sono il 76,7% mentre le donne sono il 69,85 della popolazione occupata. 

Tutta “colpa” della maternità

La maternità, quindi, svolge un ruolo cruciale per l’occupazione femminile. I dati emersi dall’indagine di WeWorld risalgono al 4 marzo 2021. Sono stati divulgati durante il WeWorld Festival per sensibilizzare le persone circa i danni economici prodotti dalla pandemia. E, in particolare, sulla popolazione femminile. 

È emerso che per 1 donna su 2 la propria situazione economica è peggiorata con la pandemia. A prescindere dall’età o dalla provenienza, la crisi ha prodotto aggravamenti generalizzate. 

Instabilità economica, rinuncia a cercare un lavoro e difficoltà a lavorare da remoto con i figli a carico sono le motivazioni prevalenti. A queste si aggiunge il dato per il quale quasi 40 donne su 100 dichiarano di non poter sostenere spese impreviste, percentuale che sale al 46% per le mamme.

Stiamo lasciando indietro le donne?

A questa domanda ha risposto la direttrice dell’Istat Linda Laura Sabbadini spiegando come questa recessione rosa costituisca un grosso freno per l’economia di tutto il paese. La direttrice fa riferimento all’indagine di Banca d’Italia secondo cui l’occupazione femminile è un fattore di crescita economia e di protezione dalla povertà. 

Il dilemma non è solo italiano perché secondo l’indagine di Eige del 5 marzo circa l’impatto del Covid le donne sono meno occupate in tutta Europa. Con il Covid abbiamo perso 2,2 milioni di posti di lavoro femminili in tutta l’UE. Non è bastato neanche il picco di assunzioni estive, per le quali i posti di lavoro sono stati occupati per più della metà da uomini.

Come migliorare l’occupazione femminile?

Cosa manca dunque al nostro Paese per migliorare la situazione delle donne? Mancano le infrastrutture, le politiche integrative, la cultura aziendale. 

Assumere donne per i datori di lavoro significa correre il rischio di dover pagare maternità, congedi parentali e altri permessi lavorativi per consentire alla donna l’accudimento dei figli. Questo significa rischiare di perdere un dipendente per molti mesi e doverne assumere un altro sborsando il doppio. Avere donne in azienda, quindi, è vissuto come uno svantaggio in termini economici e di competitività. Senza contare che spesso, la donna subisce mobbing dopo la maternità ed è costretta a licenziarsi dal suo posto di lavoro.

Questo è il focus sul quale enti e Ministero stanno lavorando per mettere a punto politiche integrative che spazzino via questa arcaica concezione. Fin quando l’accudimento dei figli e della casa sarà vissuto come una competenza esclusiva della donna sarà impossibile incoraggiare l’occupazione femminile in Italia e in Europa. Per questo per molte ex lavoratrici risulta più facile stare a casa e pensare alle faccende domestiche anziché doversi fare carico di lavoro e famiglia contemporaneamente. 

Cosa è stato già fatto?

La she-cession, inoltre, impoverisce la popolazione femminile, assottiglia l’indipendenza economica e crea una flessione negativa sull’intero mercato. Al fine di promuovere l’occupazione delle donne il Ministero del Lavoro ha messo a punto una serie di iniziative tra cui la Legge 92 del 2012 che ha introdotto incentivi per l’assunzione. Con il Decreto Legge 76/2013, invece, l’INPS ha distribuito incentivi alle aziende che hanno assunto disoccupati che fruiscono dell’ASPI.

Infine menzioniamo l’Ente Nazionale per il Microcredito e le iniziative in collaborazione con il Ministero del Lavoro. Queste iniziative sono volte a fornire credito in modo facilitato per la realizzazione di progetti imprenditoriali femminili. Sono progetti sicuramente lodevoli ma, al momento, ciò che manca nel nostro Paese sono due. Per prima cosa, la presenza di infrastrutture per facilitare l’accudimento dei figli. E infine, un controllo più severo sui posti di lavoro rispetto a discriminazioni e trattamenti di sfavore per le donne.

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